Massimo Bottura: il numero uno della cucina italiana

30 anni di carriera, passione e costanza lo hanno portato oggi ad essere l’orgoglio italiano e lo chef migliore del mondo. A Bologna è stata consegnata a Massimo Bottura la Laurea ad Honorem, importante riconoscimento in Italia per un cuoco (prima di lui di ricorda solo quello al Maestro Marchesi in Scienze Gastronomiche all’Ateneo di Parma nel 2012). Una vita fatta di sacrifici e di fatica, di impegno e determinazione, un lavoro di gruppo e corale del team, con gioie e sofferenze (in particolare quando il padre non gli parlo per due anni quando Massimo intraprese questa strada). Oggi Massimo Bottura ha delineato i punti forza della sua carriera e i punti su cui la sua filosofia, non solo di lavoro ma anche di vita, si basa:

Il team con cui condividere il sogno | Le radici da non dimenticare, ma da contaminare col nuovo | La capacità di introiettare la tradizione, ma in modo critico

Intervistato dal quotidiano LaRepubblica, ricordando gli studi che non hanno nulla a che fare con il suo mestiere, gli inizi nella trattoria del paesino e poi la crescita fino ad arrivare al professionista di oggi.

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[tratto da LaRepubblica]

Sarebbe stato logico iscriversi all’istituto alberghiero. Cosa è successo invece?

“No, ho studiato ragioneria. Era l’età in cui dovevo iniziare le scelte vere e pure mio padre avrebbe voluto che lavorassi con lui nella sua azienda che tratta prodotti petroliferi. Ero molto combattuto. Anche perché mio fratello Paolo, grande appassionato di musica, suonava con i suoi amici. E sono cresciuto al ritmo del bit. È un periodo di grande fermento musicale e infatti anche la musica è parte della mia vita. In seguito, mio padre avrebbe voluto vedermi laureato in Legge ma proprio non ce la facevo a pensarmi in un ufficio e a valutare il mio lavoro in relazione ai calcoli su una commodity, un prodotto per cui un produttore vale l’altro. Qui c’è stata una svolta e ho deciso di assecondare la mia passione”.

Nessuno dei suoi amici o familiari in quel momento avrebbe scommesso sulla carriera di Bottura ai fornelli: “Non mi avrebbero dato sei mesi di durata”, ricorda durante la sua lectio magistralis.  La svolta? “Un giorno una signora è venuta da me sulla sua Ape car, ha bussato alla mia porta chiedendomi se volessi una mano in cucina. È la signora Lidia Cristoni, grande sfoglina, con cui è nato un sodalizio posso dire eterno. Lei è ancora punto di riferimento per tutti i ragazzi che arrivano alla Francescana e devono imparare a tirare la sfoglia”.

Siamo nei primi anni del 2000. Il fenomeno Bottura nasce in quel periodo. 

“Beh, in un certo senso sì, ma non è stata un’esplosione, bensì una graduale costante. A partire dalla recensione di Enzo Vizzari, che, complice un incidente sull’autostrada tra Modena e Bologna in cui stava viaggiando, cambia strada, passando per la città e prenotando da me, a nome Vizzù (lui prenota sempre con falso nome ndr.). L’articolo si intitolava “Tagliatelle post moderne”. Dopo di ciò tutti, a Modena e fuori, hanno iniziato a guardarmi in modo diverso. Non ero più un cuoco che voleva fare cose strane, discostarsi dalla tradizione, ma al contrario, qualcuno con qualcosa da dire, in grado di valorizzarla la sua tradizione. Io stesso ho iniziato a poco a poco a interpretare le mie idee con una consapevolezza diversa. A ciò hanno contribuito una serie di incontri e di osservazioni anche dei clienti”. 

in: Notizie Dal Mondo
07 febbraio 2017
di silvia